Racconti divertenti: UN AMORE IMPOSSIBILE

UN AMORE IMPOSSIBILE

 

Con Lulù fu subito un grande amore! Era un gran pezzo di donna: alta, bionda, bella come solo il Padreterno le sa fare. Aveva un viso da bambola, una bocca sensuale e due occhi che solo a guardarli ti infiammavano l’anima.

Anche lei mi amava alla follia, o almeno così diceva; forse si innamorò della mia aria intellettuale, della mia cultura, di quei pochi spiccioli che avevo in banca …  non so che altro poteva trovare in un tipo come me: non più giovane, nè più bello, nè più vergine, nè più tutto, ma se ne innamorò.

Ma come dicevano gli antichi: “dopo le rose vengono le spine”. E arrivarono e come! Una volta attenuata la nostra passione con serate e serate passate a fare l’amore su un letto ormai distrutto, 20 paia di lenzuola  buttate ed i miei occhi infossati che nemmeno gli zabaglioni “più carichi” riuscivano più a tirar su, incominciò a tirar  fuori le “sue rogne”.

Niente di eccezionale, per inteso, i soliti difettucci di tutte le donne: mani bucate (mi aveva preso per la banca d’Italia), interpretazione personale del “senso della cavalleria” ecc., roba che, tutto sommato, ci si poteva passare sopra se non fosse stato per una “certa “mania” che, alla fine, mi convinse a ridiventare uccell di bosco, salvandomi forse anche da una morte prematura, perché ero ormai  diventato pelle  e ossa.

Che mania? Che difetto?

Ecco, è un po’ complicato spiegarvi, insomma …  lei frequentava un po’ troppo i cimiteri.

“Ma la visita ai morti è un dovere – vi sento già obiettare – Piantarla solo perché la signorina si recava di tanto in tanto a visitar i defunti, era una cattiveria bella e buona.”

– Fate presto a parlare voi, ascoltate un po’ i fatti e poi giudicate.

Alla povera Lulù era morto il padre, e fin qui niente di strano, a tutti può morire il papà, e lei, dato il grande affetto che ancora aveva per il vecchio genitore, andava spesso a portarle dei fiori sulla tomba. E fin qui ancora niente di eccezionale, ma  …  poiché ormai era là, perché non fare visita anche alla nonna morta circa 15 anni fa e sepolta qualche centinaia di metri  più avanti.?

Se vado a trovare papà – mi diceva ingenuamente con la sua bocca che sapeva di rose – devo andare anche dalla nonna, se no nascerebbe l’invidia .

Dopo la nonna veniva lo zio, che quando lei era piccola le comprava sempre le caramelle ed il minimo che potesse fare era portarle qualche fiore. Poi c’era la zia Filomena morta con un tumore al fegato ancora giovane, c’era il cugino morto con un incidente di moto, la cognata del fratello, i nonni paterni, la  comare Mena … per non farla lunga 12 tombe mi toccava visitare ogni volta! E mai una vicina all’altra, sempre lontane, disposte ai quattro punti cardinali quasi i becchini me lo avessero fatto apposta.

 

Almeno avessimo potuto visitarle in ordine “geografico”, niente, bisognava seguire un rigido ordine gerarchico, prima la parente più stretta o quella a cui era più affezionata, poi gli altri, fino alle parentele più blande! E ciò significava che se andando dalla nonna, si passava nei paraggi della comare Mena, non ci si poteva fermare, perché bisognava andare prima dalla nonna, poi dalla zia ecc. ecc. …  risultato: mi facevo avanti e indietro  quel cimitero da un capo  all’altro, e vi assicuro che non era affatto piccolo, come minimo 7 – 8    volte!

“Ma dico io, iniziamo da un lato e in ordine li facciamo tutti”.

“No, perché se poi quando arrivo dai nonni paterni non ho più fiori?”.

Vicino ad ogni tomba era sempre lo stesso rituale: 1) Togliere i fiori appassiti 2) Andarli a buttare al bidone di spazzatura (indovinate un po’ a chi toccava questo ingrato compito?) 3) Pulire la lastra di marmo 4) Mettere i fiori freschi 5) Accendere un lumino grande, per i parenti stretti, o uno piccolo, per i parenti “larghi”  6) Dire tre Ave Marie e tre Padre Nostro per i parenti “stretti”, e due per gli altri.

Io ero addetto al trasporto dell’acqua. Mentre lei, a  ginocchioni, faceva lucide quelle lastre di marmo che ci avrebbe potuto mangiare sopra, con un secchio andavo e venivo dalla fontana.

Ho portato tanta di quella acqua in due anni di fidanzamento che ci avrei potuto riempire un lago artificiale!

Era inutile spiegarle che i suoi congiunti erano ormai nella gloria dei cieli e che, quindi, qualche granello di polvere sulla tomba non li avrebbe dato  un gran fastidio, anzi dava loro  maggior tono e  lustro.

Per lei era come se stessero là, sotto quei marmi, vivi e vegeti, quasi  avessero una loro propria vita sotterranea. E talvolta, mi davano proprio l’impressione che se la passassero meglio di noi, anzi meglio di me, stanco, stordito dal sole e con i piedi bagnati a furia di portare acqua.

– Che figura ci faccio con la gente che passa e vede la tomba di papà piena di polvere e  d’erbacce?

 

E quante relazioni aveva stretto in quella macabra necropoli? Tutta gente fanatica come lei, che passava gran parte del suo tempo libero a lucidare tombe e a  cambiare fiori!

– A quello lì – mi diceva indicandomi un signore con cui aveva appena scambiato un saluto sul viale  d’accesso – gli è morto il figlio di 18 anni con un incidente di moto, un gran pezzo di ragazzo, che il giorno del funerale pure le pietre avevano pianto …

Li conosceva tutti: la donna a cui era morto il marito schiacciato da un autotreno, il vecchietto che teneva la moglie nel braccio 12, terza fila; la signora che aveva il figlio di 20 anni morto per overdose, quello a cui era morto la zia in un incidente d’auto ecc. ecc.. Erano rappresentati tutti i tipi di morte, dagli incidenti più comuni, alle malattie più rare. A lei non interessava niente che facessero da vivi o quale credo professassero, le interessava solo sapere come erano morti e quanti anni avessero.

Quando, poi, si incrociava con qualche “amica di cimitero” e attaccava a parlare, era un problema “staccarla” ed evitare che si facesse notte in quel desolato cimitero di provincia. La cosa che più faceva rabbia era che ogni volta parlavano sempre delle stesse cose: dei fiori che  appassivano presto, dei fiorai ladri che facevano la speculazione sul dolore della gente, di quelli che non avevano alcuna cura delle tombe dei propri cari facendo prendere una cattiva “nominata” al cimitero. Le uniche novità possibili erano le informazioni su qualche nuovo tipo di cera, uscito da poco, per tenere lucida  la tomba “sia d’estate, che d’inverno.”

 

Natale, Pasqua, ferragosto, le migliori feste le ho passate là dentro. E non bastava! Io organizzavo una serata in discoteca o mi dannavo l’anima per prenotare un tavolo in un buon ristorante? Lei mi mandava tutto a monte.

–  Preferiva andare al cimitero?

No, per carità! Lei non si rifiutava mai, anzi accettava subito le mie proposte, ma aggiungeva  con la sua aria ingenua : “Si, tesoro, andremo dove vuoi tu, ma ti dispiace se passiamo prima un momento al cimitero? Ti assicuro che faremo presto, presto!”

Come dirle di no?

E così si iniziava il nostro giro “presto presto”. Prima si perdeva tempo coi fiorai che le spillavano soldi a palate e ingrassavano come maiali sulle sue spalle, poi … tra una tomba e l’altra, in quell’infinita via crucis e morti da visitare, a poco a poco si faceva tardi e saltavano tutti gli appuntamenti, le prenotazioni e infine … anche la voglia di andare in qualche posto (dopo essermi immancabilmente bagnato il vestito buono con quei secchi  vecchi che perdevano acqua da tutte le parti).

A volte mi veniva  voglia di ammazzarla, così ci sarebbe rimasta per sempre in quel maledetto cimitero!

Lei non si rendeva minimamente conto di tutto ciò. Viveva come in un mondo tutto suo. Incurante degli appuntamenti che avevamo per quella sera, continuava il suo percorso obbligato tra quei tumuli. E non bastava, si soffermava anche ad ammirare le tombe più belle che incontravamo lungo la strada e me le mostrava spiegandomene tutte le caratteristiche architettoniche e tutti gli accessori  più sofisticati di cui erano dotate.

Vedi – mi diceva – nemmeno dopo morti siamo uguali. Ci sono i ricchi seppelliti nelle loro cappelle con “ogni confort” e tanto di altare interno; ed i poveri “infilati” in quelle orribili nicchie a muro con neanche un posto per metterci un fiore …

Uno dei suoi sogni era comprarsi una “ultima dimora” sontuosa, come quella dei conti di Carlonia o quella del marchese Mastrogiovanni, con abbastanza “posti” da seppellirci tutta la famiglia, con la vetrata colorata, l’altarino interno, la statua della madonna, l’inginocchiatoio di velluto per le preghiere, persino l’attacco dell’acqua e della luce … come ci avesse dovuto andare ad abitare lì dentro!

Caro, se ce la compriamo – mi diceva stringendosi a me – un domani, fra cento anni, ci staremo per sempre insieme uno vicino all’altro …

E me lo diceva con la sua voce carezzevole  come avessimo dovuto passarci la luna di miele lì sotto, e  non andarci vecchi e decrepiti.

Di comprarsi una casa per viverci non se ne parlava, andava bene in affitto, ma per una cappella al cimitero si sarebbe indebitata anche fino al collo.

 

Il colmo lo raggiunse un pomeriggio uscendo da quell’orribile cimitero che ormai odiavo di cuore.

Caro – mi disse, mostrandomi degli appartamenti in costruzione proprio vicino al cimitero –  Perchè non ci prendiamo una casa proprio qui, così una volta sposati siamo ad un passo dal cimitero?

Fuggii senza nemmeno risponderle. Rincorsi un autobus e lo presi al volo senza guardare nemmeno dove andasse. Non la rividi più, tenni per mesi il telefono staccato per evitare di sentirla. Se ne sarebbe uscita con la solita ed ingenua frase:

– Caro, ma che ho detto di male?

 

TRATTO DAL LIBRO NON TUTTO IL SUD VIENE PER NUOCERE…

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